Il motore del cambiamento

Mi chiamo Valentina, ho 37 anni.
Sono sempre stata una persona alla ricerca di se stessa. Sentivo una sofferenza alla base del mio essere, da che io ne avevo ricordo. Una sofferenza a cui non riuscivo a dare un vero senso e di cui non ricordavo l' origine. A volte emergeva, ma spesso facevo finta che non esistesse. Ho praticato il buddismo per tanti anni sperando che mi avrebbe aiutato ad andare a fondo dentro di me e in parte è stato così, ma poi, tutto si è fermato. Percepivo che mancava qualcosa..

..La risposta é arrivata quattro anni fa, quando i tempi erano maturi per poterla ascoltare. È arrivata in un modo "insolito".
Mi trovavo in un momento complicato della mia vita.
Avevo una decisione importante da prendere: dovevo scegliere se tenere un figlio oppure no.
Vivevo a New York da due anni. Lavoravo in un ristorante italiano e avevo una relazione sentimentale instabile. Sentivo che questa persona non era la persona con cui avrei voluto costruire una famiglia, ma non sono mai riuscita a dar retta a questa sensazione. La solitudine mi costringeva a mantenere in piedi questa relazione. Ed ora c' ero dentro fino al collo.
Non volevo tornare in Italia perché mi sarei sentita una fallita agli occhi di tutti.
Ed ora mi ritrovavo incinta e sola con le mie paure che diventavano sempre più grandi.
Come stavo male! Chi ero io? Cosa volevo? Non sapevo niente!!! Il mondo mi era caduto addosso. Mi sentivo sporca, stupida e tremendamente sola. Ho riflettuto per tre mesi sulla decisione da prendere e poi scelsi: non avrei portato a termine la gravidanza.
Un' amica mi diede il contatto di un ospedale che lo faceva gratuitamente. Un' altra amica mi ci accompagnò ma ha dovuto aspettare fuori. Entrai in ospedale al mattino molto presto. Subito mi hanno fatto spogliare e mi hanno fatto indossare un camice blu. Ho messo tutte le mie cose in una borsa incustodita. Non mi interessava nulla in quel momento.
Insieme a me c' erano altre donne di varie età e provenienze diverse. C' era chi aveva la faccia più distesa e chi, come me, era spaventata e si sentiva tremendamente colpevole. Ma nessuno parlava. Lo facevano i nostri occhi. Ci trovavamo tutte in una piccola stanza ad aspettare il proprio turno. Poi arrivò il mio. I medici erano sorridenti. Ricordo che quando mi sono sdraiata sul lettino vi era un pannello con disegnato un cielo con le nuvole. Non ricordo altro. Mi sono svegliata su una poltrona nella sala di aspetto, con un' infermiera che mi schiaffeggiava la faccia per farmi svegliare. Avevano allestito un tavolo con dei crackers, biscotti e degli analgesici. Dovevi mangiare qualcosa prima di lasciare l'ospedale.
Fuori, ad aspettarmi, c'era la mia amica. Abbiamo pranzato insieme, in silenzio. Nessuna delle due ha avuto il coraggio di parlare. O forse non c'era nulla da dire in quel momento.

E da qui iniziò il mio tracollo.

Sono rientrata in italia, dalla mia famiglia. Ad accogliermi mia madre. Passai quasi tre giorni a dormire, cadendo in una depressione profonda. Mio padre mi ha riempito di insulti, probabilmente perché spaventato per il futuro di sua figlia. D'altronde quello era il suo modo di reagire alle preoccupazioni. Ma l' ho compreso dopo.
Son rimasta in Italia quindici giorni e poi son rientrata a New York.

Mi sono rimessa in pista.
Un' amica mi aveva parlato di un ristorante italiano che stava aprendo nel mio quartiere, a due passi da casa e mi invitò a fare un colloquio. Mi hanno assunto e ho iniziato a lavorare lì. Mi trovavo bene sia con i colleghi che con i clienti che venivano apposta per fare due chiacchiere con me.
Mi piaceva la nuova "maschera" che avevo creato. Mi permetteva di non crollare.
Guadagnavo e mi sentivo bene, quando stavo al ristorante. Mi sentivo importante. Quella era diventata la mia vita. Lavoravo sei giorni su sette e anche il giorno libero lo passavo al ristorante. A casa non avrei cucinato nulla per me. Non me lo meritavo.
La sera però, al rientro dal lavoro, ero costretta a togliermi la maschera e quante lacrime uscivano! I sensi di colpa mi assalivano. Non riuscivo a perdonarmi per ciò che avevo fatto e continuavo ad immaginare la mia vita se avessi fatto la scelta opposta. Ma ormai la scelta era stata fatta.
Cominciai a chiedermi che senso aveva vivere così? Qual' era il senso della mia vita? Chi ero io? E che cosa ci facevo a questo mondo? Non poteva essere tutto qui. Ci doveva essere dell'altro!!!
Cosí ho cominciato a cercare...
Il buddismo non mi rispecchiava più. Ho cominciato a sperimentare altre pratiche spirituali, ma nulla. Non sentivo risuonare niente al mio interno.
Ho provato ad iscrivermi all' Università americana cercando di intraprendere un percorso di studio che si equiparasse con la mia laurea italiana (così almeno avrei dato un senso alla mia vita) ma nulla, neanche qui. C' era sempre qualcosa che mancava o che andava storto.
E quindi??? Cosa dovevo fare???

Poi.. una mattina.. ho fatto una ricerca sul web e mi é comparso questo titolo: "Scopri il tuo talento. Segui la tua chiamata". Di A. D' Elia. Queste parole le ho sentite risuonare dentro come un eco e senza domande ho guardato il video. Poi ne guardai altri e altri ancora. Mi riconoscevo fortemente in quelle parole al punto da ascoltare quei video come dei mantra, mettendo in pratica tutto quello che consigliava di fare. Tanto che cosa avevo da perdere?
Poi ho iniziato a scrivergli, convinta che tanto non mi avrebbe mai risposto.
Invece non é stato così.

Passavano i mesi e la mia spinta interiore si faceva sempre più forte. Volevo fare la scuola di Counselor Transpersonale in Emilia Romagna, in Italia.
Volevo conoscere chi ero e contattare la vera me stessa. Avevo deciso. Ci avevo provato tante volte da sola ma non ci ero riuscita. Sentivo che questo percorso sarebbe stato la risposta a tutti i miei interrogativi.

Cosi è iniziato un altro travaglio.

La voce nella testa mi diceva: "Che fai, torni? Butti all' aria tutto quello che hai costruito faticosamente qui? Ma sei pazza? Cosa diranno i tuoi genitori? Sei una fallita. E poi chi è questo Antonio d' Elia? Che ne sai che non sia un ciarlatano e che vuol fregarti tutti i soldi che con fatica hai messo via!! Tu sei pazza!!"
Era iniziata la lotta interna.
Ci ho impiegato quasi sei mesi a decidermi.
Mi sentivo una pazza.
Con la spinta di un'amica ho fatto i biglietti e son partita per l'Italia! In sordina, senza dirlo a nessuno. Era una mia scelta e mi assumevo tutta la responsabilità del caso.
Con facilità ho affittato una stanza nella mia città natale, Milano.
Ho contattato subito Antonio perché volevo iniziare il percorso, ma lui mi ha risposto: "Prima di iniziare, devi disintossicarti".
"Eh?? Cosa??????? La vocina nella testa mi diceva ancora: "Hai visto?? É un ciarlatano. Hai attraversato l' oceano per venire qui e guarda cosa hai combinato!!! Torna subito indietro, al ristorante ti riprenderanno. Se lo fai subito non rimarrai a piedi e rimedierai al casino che hai combinato."

No. Dentro di me c'era un'altra voce che mi chiedeva di aspettare.

Piano piano ho iniziato a comprendere cosa voleva dire disintossicarsi.
Ho cominciato dalle cose semplici come il sapore dei cibi italiani, che avevo quasi dimenticato. L' ampio tempo libero a disposizione mi permetteva di fare lunghe camminate dove potevo incrociare gli sguardi delle persone. Cosa che non facevo più da tempo perché dovevo stare dietro ai ritmi della città. Avevo tempo per dedicare al disegno e alla creatività, tempo per fare nuove amicizie.

E sono arrivata all'inizio del percorso..

Ma qui inizia un altro capitolo della mia vita.

Posso dire che ho scavato nella ferita interiore ricordando scene del mio passato sepolte, ma che influivano sulle mie scelte. Ho lavorato sul perdono nei miei confronti per aver scelto di abortire e ho aiutato quell'anima a reincarnarsi.
Ho incontrato Davide, l' uomo che è diventato il mio compagno attuale e con cui ho scelto di creare una famiglia.
Insieme (e con altri compagni di viaggio) abbiamo dato vita ad Imparando a Volare, un progetto dedicato a bambini e ragazzi con le loro famiglie, per imparare insieme a riscoprire il senso dell' unione e della famiglia all'interno di un contesto naturale. Riscoprendo insieme il motivo per cui ognuno di noi viene al mondo.

Perché sto raccontando tutto ciò?

Non è facile mettersi a nudo e raccontare la verità su di sé. E non nascondo che esiste anche, la paura di poter essere giudicata per la decisione presa nel passato. Ma senza quella scelta non sarei la donna che sono oggi.
Lo sto raccontando per diffondere un messaggio di speranza a chi lo voglia cogliere. Per testimoniare che tutto può essere trasformato, se affrontato. Anche le ferite più buie e più recondite possono essere una spinta per accedere alla vera trasformazione interiore.
Il periodo storico che stiamo vivendo ce lo vuole insegnare. La tanta confusione e la tanta sofferenza che vediamo in giro possono essere utilizzate per apportare un vero cambiamento dentro di noi e nella nostra vita. Possono essere "Il motore del cambiamento".

Articolo: Valentina Mereghetti